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Paolo Canè, storia del Turborovescio

L’ospite domenicale della rubrica Sunday Morning su Sky Sport24 condotta da Stefano Meloccaro si guadagnò il soprannome di Turborovescio per un motivo: storia della sua carriera nel tennis tra alti e bassi

Numeri di Paolo Canè

Se a qualche patito di tennis si pronuncia il nome di Paolo Canè, sicuramente la risposta sarà Turborovescio. La sua storia, ripercorsa dal giornalista Stefano Meloccaro durante il programma Sunday Morning, è composta da alti e bassi, cadute, rimbalzi e risalite repentine, proprio come la piccola pallina gialla tirata con la racchetta. Il tennis italiano dopo l’epoca post-Panatta ha avuto la caratteristica di essere caratterizzata da tennisti italiani che, possiamo dirlo, erano mediocri. Ma Canè, come un faro nella notte, si è sempre distinto per eleganza e classe, grazie a due punti di forza fondamentali: il dritto potente e un rovescio preciso, dritto e soprattutto letale per gli avversari, ma che gli fece guadagnare il celebre soprannome. E’stato infatti il telecronista Giampiero Galeazzi, famoso per le sue telecronache e per qualche “sparata” efficace, come appunto questo bizzarro nomignolo. In carriera, Turborovescio si è fatto valere qualificandosi in  5 finali e vincendo tre titoli Atp. Tutti gli appassionati tennisti ricordano il primo trofeo che Canè ha alzato al cielo a Bordeaux, nel 1986, battendo uno svedese Carlsson. Poi toccò a Bastad perdere nel 1989 e a Gunarsson nel 1991. Se con gli svedesi riusciva ad avere la meglio, con gli argentini Jaite e Roldàn perse due finali proprio nella nativa Bologna.

Storia tennistica di Paolo Canè

Gli svedesi e la Svezia gli ha portato fortuna, visto he in territorio scandinavo ha vinto dei trofei e ha battuto due svedesi. Gli Anni Novanta furono l’apice del tennis italiano, in quanto nel 1990 a Cagliari si è disputata la Coppa Davis e l’Italia, grazie a Canè, passò il turno grazie alla vittoria contro Mats Wilander. La voce di Galeazzi, sfiancato ed emozionato, ha accompagnato quel momento, perché nonostante fosse solo il primo turno quella Coppa Davis la squadra italiana l’aveva già vinta. Nonostante il suo nome sia stato annoverato nell’Olimpo del tennis dopo la vittoria su tennisti del calibro di Stefan Edberg e Pat Cash, celava punti oscuri. Di sicuro, salute mentale e fisica non hanno retto a lungo.  E non te lo aspetti da chi ha raggiunto il numero 26 tra i best ranking. L’ammazza svedesi, altro soprannome derivato da come asfaltava gli avversari del paese scandinavo, è il tennista italiano che vanta di aver vinto l’unica medaglia olimpica in questa disciplina, ovvero un bronzo a Los Angeles 1984 ( ai tempi, il tennis non era considerata disciplina olimpica, bensì dimostrativa). Turborovescio, Ammazza svedesi e, al tramonto, Neuro Canè.

Da Turborovescio a neuro Canè

Dal punto di vista tecnico, magari non peccava di precisione a parte il rovescio ammazza tutti, ma i guai sono iniziati quando il bolognese dimostrò di essere fragile emotivamente e fisicamente. Fu vittima di parecchi infortuni, cosa che a livello mentale gli causò bruschi sbalzi di umore e squilibri emotivi. Lui stesso ha raccontato che crollò definitivamente durante una delle partite più importanti. Era nel 1987 a Wimbledon, e il match si disputava contro Ivan Lendl. La causa fu banale, ovvero la mancanza della copertura antipioggia del campo di gioco. L’arbitro interruppe il match la bellezza di 5 volte e si dovette giocare per 2 giorni di seguito per colpa di un acquazzone incessante. E’normale che al quinto set si arrese, e la rabbia che aveva dentro per gli scarsi risultati la sfogò a Vienna, quando ruppe una racchetta davanti a uno spettatore che se ne stava comodamente seduto a bere champagne pregiato, quando invece lui sudava e sgobbava. Allora, questo gesto gli costò una squalifica che gli fece meditare di appendere la racchetta e il suo Turborovescio al chiodo.

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